RISULTATI RICERCA

La ricerca ha estratto dal catalogo 106974 titoli

Anna Freud

L’istituto psicoanalitico ideale: un’utopia (1966)

PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE

Fascicolo: 3 / 2026

Viene delineato il modello di un istituto psicoanalitico ideale, definito “una utopia”, fondato su una formazione interdisciplinare e a tempo pieno. Vengono descritti e criticati i limiti del training tradizionale, e viene proposta una formazione capace di coniugare l’analisi didattica (che Anna Freud chiama “analisi personale”), la pratica clinica, le supervisioni, lo studio teorico e l’osservazione diretta. Grande importanza viene attribuito alla selezione dei candidati per il training psicoanalitico, che dovrebbe rispettare la personalità individuale evitando procedure intrusive, e alla costruzione di un ambiente di studio orientato alla ricerca, al confronto clinico e alla crescita continua dell’analista. L’istituto psicoanalitico ideale dovrebbe inoltre favorire l’applicazione della psicoanalisi ai diversi ambiti delle scienze umane e sociali e di altre discipline limitrofe, formando psicoanalisti dotati non solo di competenze terapeutiche ma anche di un’ampia comprensione culturale e umana.

Michael Balint

Formazione analitica e analisi didattica (1953)

PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE

Fascicolo: 3 / 2026

Viene ripercorsa l’evoluzione della formazione psicoanalitica attraverso cinque fasi: istruzione, dimostrazione, analisi vera e propria, “superterapia” e ricerca, evidenziando come si sia passati da analisi didattiche fatte di brevi incontri informali (come le passeggiate di Freud con Max Eitingon) a percorsi analitici estremamente lunghi e complessi. Fu importante il contributo di Sándor Ferenczi, che sosteneva l’utilità di un’analisi didattica più profonda di quella terapeutica (“superterapia”). Ma l’enfasi sull’interpretazione precoce del transfert negativo e dell’aggressività comporta dei rischi: quello di una “collusione tacita” tra analista e candidato, dove l’analista viene “ingoiato intero” come oggetto idealizzato, soffocando l’indipendenza critica dell’allievo. Questo meccanismo favorisce il dogmatismo e il settarismo nelle società psicoanalitiche. La quinta fase, definita “della ricerca”, mira a restituire umiltà alla tecnica, promuovendo l’autonomia e il pensiero critico del futuro analista.

Siegfried Bernfeld

Sul training psicoanalitico (1952)

PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE

Fascicolo: 3 / 2026

Dopo una Introduzione di Rudolf Ekstein scritta nel 1962, viene pubblicata una conferenza sul training psicoanalitico tenuta da Siegfried Bernfeld al San Francisco Psychoanalytic Institute nel 1952. Basandosi su trent’anni di esperienza negli istituti psicoanalitici di Vienna, Berlino e San Francisco, Bernfeld evidenzia come gli istituti abbiano gradualmente adottato un modello d’insegnamento rigido, non psicoanalitico e incentrato sul docente anziché sullo studente. La svolta burocratica risale agli anni 1920, quando per l’esigenza di formalizzare il training e anche di mantenere unito il movimento psicoanalitico la formazione si è trasformata in un sistema sempre più rigido. Pur riconoscendo che gli istituti spesso formano analisti competenti, Bernfeld denuncia il forte “rumore” di fondo: ad esempio, se l’analisi personale e la supervisione vengono concepiti come corsi obbligatori (al pari dell’anatomia nelle facoltà di Medicina) ne viene deformata l’essenza. Inoltre, riducendo la motivazione dei candidati a mera compiacenza burocratica, si rischia di infantilizzarli e di ostacolare lo sviluppo autonomo e scientifico della disciplina.

Michael Balint

Il sistema didattico in psicoanalisi (1947)

PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE

Fascicolo: 3 / 2026

Viene esaminata criticamente la formazione psicoanalitica sostenendo che, nonostante la sua importanza sia decisiva per il futuro della disciplina, essa sia stata poco studiata e spesso organizzata in modo dogmatico. Ripercorrendo la storia degli istituti psicoanalitici e della Commissione internazionale di training, viene mostrato come il training si sia progressivamente irrigidito in norme autoritarie sulla durata dell’analisi, sui rapporti tra analisi personale, insegnamento teorico e supervisione, e sulla supervisione dei candidati. Questo sistema didattico non favorisce lo sviluppo di un Io critico e autonomo, ma induce identificazioni conformistiche con i maestri e la formazione di un SuperIo rigido. Questa tendenza viene spiegata come una conseguenza della necessità, avvertita dopo le prime secessioni dal movimento freudiano, di garantire disciplina e fedeltà, e viene proposta quindi una revisione del training psicoanalitico che limiti l’autoritarismo e promuova candidati più liberi, tolleranti e criticamente indipendenti.

Anna Freud

Problemi dell’analisi didattica (1938)

PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE

Fascicolo: 3 / 2026

Sia l’analisi terapeutica sia l’analisi didattica devono servire a riconoscere meglio l’influenza dell’inconscio lavorando sui processi di rimozione (del paziente o del candidato in training). Rispetto all’analisi terapeutica, l’analisi didattica pone all’analizzando un compito in più, quello di fare di sé stesso oggetto di studio, e non solo conoscere meglio il proprio inconscio ma anche apprendere la tecnica psicoanalitica. Le diverse motivazioni consce che vi sono nel paziente e nel candidato in analisi didattica (rispettivamente, diminuire la propria sofferenza psicologica e apprendere la psicoanalisi) determinano uno spostamento d’accento nell’elaborazione delle resistenze dell’Es e dell’Io, che è decisivo per la durata della terapia. Un’altra differenza tra le due forme di analisi sta nelle circostanze in cui si attiva il transfert. Poiché l’analista didatta e il candidato spesso si incontrano nella vita professionale, l’analista didatta perde una sua anonimità ed è sempre qualcosa di più di una figura che dovrebbe fungere il più possibile da specchio per la proiezione di conflitti infantili, per cui vi sono difficoltà nell’interpretazione del transfert.

Marianna Bolko, Paolo Migone

Editoriale

PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE

Fascicolo: 3 / 2026

Giacomo Spanu, Valentina Mandalari, Marco Picone

Mettere in gioco l’outdoor. Approcci ludici e spazi urbani nel centro storico di Palermo

RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA

Fascicolo: 3 / 2026

A partire dall’esperienza del gioco urbano Il libro di Cagliostro, l’articolo esplora il potenziale degli approcci ludici per la geografia. Il gioco, ispirato al format della cena con delitto ma trasposto in spazi outdoor, è stato concepito come un dispositivo sperimentale capace di intrecciare narrazione, performance e attraversamento urbano. Il contributo mette in evidenza il ruolo perturbativo del gioco negli spazi urbani, mostrando come esso sia in grado di interrompere le routine quotidiane, rendere visibili norme implicite e attivare letture alternative dei luoghi. In questa prospettiva, lo spazio outdoor non viene considerato come semplice scenario dell’azione ludica, ma come elemento attivo e poroso, che interagisce con il gioco e ne condiziona gli esiti, rafforzando una geografia pubblica attenta alle dimensioni relazionali, affettive e performative dello spazio.

Cecilia Pasini, Panos Bourlessas, Nicola Giorgio

Rappresentare l’outdoor urbano: esperienze artistico-geografiche intime con il parco delle Cascine di Firenze

RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA

Fascicolo: 3 / 2026

Il contributo indaga le geografie affettive del parco delle Cascine di Firenze tramite una sperimentazione metodologica, opponendosi alla stigmatizzazione discorsiva che appiattisce l’immagine pubblica del parco su narrazioni connesse all’insicurezza. Attraverso la vis-à-vis – un dispositivo artistico-geografico per l’ascolto e il disegno – la ricerca ha generato una ‘micro-atmosfera’ intima, attuando una sperimentazione geografica utile a far emergere prospettive soggettive e situate sul parco. La sperimentazione rivela un presente molteplice che sfida lo stigma sulle Cascine: se la sicurezza emerge come istanza di cura e gestione, la connessione con la natura svela il valore del parco per la vita urbana, colto nella sua dimensione più-che-umana quotidiana e ordinaria. I risultati dimostrano come la vis-à-vis, in quanto apparato metodologico performativo, riesca a scardinare le rappresentazioni top-down, facendo emergere pratiche, percezioni e memorie situate e soggettive che restituiscono alle Cascine la loro natura di spazio pubblico vitale e libero.

Giada Peterle

Geografie creative della cura: percorsi geo-artistici di urban caring by curating

RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA

Fascicolo: 3 / 2026

È possibile prendersi cura dello spazio urbano attraverso pratiche geo-artistiche? Il contributo indaga le contaminazioni possibili tra geografie della cura, creative turn e mobility humanities, attraverso l’esperienza di curatela di una residenza d’artista nel contesto dell’area Stazione di Padova. Le riflessioni emerse sul campo si intrecciano con il dibattito geografico sull’urban caring, permettendo di tenere insieme la dimensione estetica ed etica delle pratiche di caring by curating. Attraverso un approccio processuale che osserva la realizzazione di due opere d’arte permanenti nello spazio pubblico, emerge una riflessione sul ruolo ‘pubblico’ della geografia, che interpreta le azioni geo-artistiche come forme di “politics in action” (Hawkins, 2011). La ‘curatela’ si configura come pratica capace di ‘prendersi cura’ di città e abitanti, attraverso interventi artistici context-specific.

Il contributo analizza street art e scritture urbane come pratiche performative capaci di ridefinire lo spazio pubblico e ampliarne la dimensione politica. Inserito nel quadro delle geografie sperimentali e della geografia sociale, l’articolo interpreta i segni urbani come atti contestualizzati che producono visibilità, conflitto e partecipazione oltre i canali istituzionali. La ricerca combina un percorso teorico con un sondaggio esplorativo realizzato a Roma tra il 2024 e il 2025 (233 questionari), volto a indagare le percezioni ordinarie di street art e graffiti. I risultati mostrano una gerarchia simbolica tra pratiche legittimate e stigmatizzate, ma confermano che anche i segni controversi contribuiscono alla costruzione politica dello spazio pubblico.

Silvia Aru, Arianna Locatelli, Luca Ramello

Racconti dal confine italo-francese: disegni e parole di migrazione (d)a Oulx

RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA

Fascicolo: 3 / 2026

Questo articolo presenta un insieme inedito di disegni e scritte lasciato da persone in transito al Rifugio Fraternità Massi di Oulx, al confine italo-francese, un contesto attraversato da una delle principali rotte migratorie irregolari dell’Unione Europea. Il contributo propone un’analisi di questi materiali sviluppata attraverso un laboratorio didattico nell’ambito dell’insegnamento universitario in Critical migration studies dell’Università e del Politecnico di Torino. Da un punto di vista teorico, il lavoro intende portare nel dibattito italiano il tema delle ‘tracce migratorie’, ampiamente discusso in ambito anglofono, mostrando il potenziale conoscitivo di tali tracce per la geografia delle migrazioni. Attraverso il focus sulle tracce migratorie e la loro analisi, l’articolo offre uno sguardo dal basso sui percorsi migratori verso e attraverso l’Europa.

Il contributo analizza il ruolo della modalità di arrivo a Genova nella costruzione della percezione del paesaggio urbano e costiero tra XVII e XIX secolo, attraverso un corpus di fonti odeporiche francofone. L’obiettivo è verificare in che modo il viaggio via mare, via terra o successivamente in ferrovia abbia influenzato la rappresentazione della città e delle Riviere liguri. Il lavoro si inserisce nel quadro degli studi sul paesaggio come costruzione culturale e utilizza un approccio geo-storico e comparativo alla letteratura di viaggio. L’analisi mostra come l’ingresso dal mare abbia assunto un ruolo privilegiato nella formazione di immagini ricorrenti e topoi percettivi condivisi, mentre l’avvento della ferrovia abbia modificato profondamente le modalità di fruizione del paesaggio. Le conclusioni riflettono inoltre sulle trasformazioni contemporanee del waterfront genovese e sulla possibile perdita del punto di vista marittimo nella percezione della città.

Maria Antonietta Clerici

Impianti fotovoltaici a terra e occupazione di suoli agricoli di elevata qualità: il caso dell’Emilia-Romagna

RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA

Fascicolo: 3 / 2026

Lo studio indaga la diffusione degli impianti fotovoltaici a terra (IF-T) nelle aree agricole dell’Emilia-Romagna, regione ad alta vocazione agroalimentare. L’attenzione è rivolta non solo all’estensione degli impianti, ma soprattutto alla qualità dei suoli coinvolti, valutata attraverso la carta regionale della capacità d’uso (classificazione USDA). I dati sulla localizzazione degli IF-T nel 2025 sono integrati in ambiente GIS con quelli sulle destinazioni d’uso pregresse e sulla capacità d’uso dei suoli, per valutare il grado di occupazione dei terreni di classe I e II, i più pregiati. Emerge una rilevante presenza di piccoli impianti in pianura e uno sfruttamento intenso dei suoli migliori, soprattutto nei comuni intermedi. Il lavoro evidenzia i limiti di criteri localizzativi basati solo su distanze e tutele settoriali e suggerisce di introdurre un criterio pedologico nella definizione delle aree idonee per gli IF-T, per conciliare transizione energetica e tutela del capitale pedologico.

Daniela Morpurgo

La casa è ‘chiusa’? Geografie dello stigma all’incontro di ‘abitare’ e lavoro sessuale

RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA

Fascicolo: 3 / 2026

Il contributo discute cosa significa ‘abitare’ dalla prospettiva di chi fa lavoro sessuale. L’obiettivo è duplice: da un lato si vuole ricollocare il discorso sulla prostituzione, ampliando gli spazi attraverso cui esso viene letto. Dall’altro adottando il sex work come prisma si vogliono mettere in discussione i presupposti escludenti insiti nel sistema abitativo, evidenziando come la casa sia un luogo centrale per la manifestazione e la riproduzione dello stigma.

Carolina Pascali, Andrea Zinzani

Conservazione conviviale, ecomusei e comunità di pratica: il caso dell’Ecomuseo delle Erbe Palustri di Villanova

RIVISTA GEOGRAFICA ITALIANA

Fascicolo: 3 / 2026

Nell’ambito del dibattito geografico e delle scienze sociali sul patrimonio, da alcuni anni gli ecomusei sono stati analizzati come realtà socio-spaziali multidimensionali implicanti vari aspetti, da quello comunitario ed educativo fino a quello socio-politico e ambientale, rivelandosi spesso promotori di narrazioni e pratiche in grado di trascendere la visione dualistica che contrappone società e natura. Riflettendo su un necessario superamento di tale dualismo e attraverso un dialogo tra il dibattito sulla conservazione conviviale e i critical heritage studies, questo contributo mira a riflettere sugli eventuali presupposti per lo sviluppo di visioni di gestione conviviale nell’ecomusealità concentrandosi sul contesto patrimoniale dell’Ecomuseo delle Erbe Palustri di Villanova di Bagnacavallo (Ravenna). L’adozione di una prospettiva etnografica ha permesso di analizzare le strategie messe in atto dalla comunità ecomuseale e da altri attori coinvolti nelle dinamiche di trasformazione del territorio, rivelando le possibilità, e soprattutto i limiti, implicati nel tentativo di sostanziare uno scenario di convivialità a livello territoriale.